Giovedi d'Essai         

Gennaio - Maggio 2003

Il Popolo Migratore

di Mariuccia Ciotta (Il Manifesto)

a cura di Lucia Marino

La recensione di

Il mondo visto dall'alto, senza frontiere, unica e meravigliosa alternanza di ghiacci e deserti, un set infinito che capta i paesaggi di John Ford e la Grande Muraglia, conquista i cieli di Manhattan nel raggelante flash sulle Twin Towers e sfiora la Tour Eiffel, tutto attraverso lo sguardo del Popolo migratore, gli uccelli, seguiti nel loro vagabondare dalla macchina da presa volante di Jacques Perrin. Capolavoro unico, impresa grandiosa dell'attore-produttore francese, che già con Microcosmos, le peuple de l'herbe (Microcosmo - Il popolo dell'erba, 1976) aveva restituito il silenzio alle creature aliene del pianeta, Il popolo migratore, è un film «muto», o quasi, avventura alata dove la sapienza scientifica, il cinema e la poesia si fondono in un tutt'uno lisergico. Gli operatori sul deltaplano fanno da battistrada alle anatre imprintate (ma ci sono anche esemplari selvaggi), che seguono i loro «simili», gli amici, i parenti, gli uomini. Il cast infatti può dirsi dis/umano, fuori da ogni intento didattico e lontano migliaia di chilometri (la sterna codalunga batte ogni record nella sua migrazione: 36.000 km) dai documentari tv drammatizzati ad arte. Il popolo migratore è una sinfonia di immagini e di suoni, transiti onirici, rivelazione di un pianeta che nessun satellite ci restituirà mai così avvolgente. Musica originale di Bruno Coulais, Orchestra Bulgara, e voci di Nick Cave e Robert Wyatt, il più sensibile interprete dei pennuti in viaggio (il suo disco Shleep lo mostra in copertina mentre dorme su una colomba in volo). Fuori campo, poche parole accompagnano le grandi migrazione di gru e aquile, pellicani e tortore, fenicotteri e albatros. Nella versione italiana (distribuisce Lucky Red) pochi tocchi in più (dialoghi aggiunti di Danilo Selvaggi) enfatizzano tensione e colore. «La promessa del ritorno è stata mantenuta...» dice alla fine Jacques Perrin, che ha seguito le formazioni geometriche tra nuvole e pioggia seguendo il sole e le stelle, riferimenti astronomici degli uccelli, navigatori infaticabili sulle rotte verso l'emisfero nord a primavera, dove si riproducono. Mentre l'autunno li fa volare in direzione sud, oltre ogni limite. Scolpiti nel cielo, gli uccelli diventano icone della Terra, testimoni della sua solitudine, mentre gli uomini concentrati negli insediamenti urbani sembrano i veri estranei, dissociati da questi angeli, presi di mira dai fucili dei cacciatori. Il film - una coproduzione europea - è sostenuto dalla Lipu (lega italiana protezione uccelli) e dal Wwf, che hanno avviato un progetto per la raccolta fondi contro il bracconaggio, in particolare per i campi dello stretto di Messina e del bresciano, i più a rischio, dove gruppi di sorveglianza presidiano il territorio. La nuova legge che prevede l'estensione della caccia anche nei parchi naturali - in linea con questo governo pronto a vendere i beni culturali - ha già prodotto disastri e comportamenti violenti tra i cacciatori. Militanti della Lipu sono stati aggrediti e sequestrati proprio in quelle zone. Il popolo migratore insegna che un uccello non conosce confini, mentre adesso ogni regione avrà la sua «licenza di uccidere» e la tortora dovrà imparare a non sorvolare mai il Veneto, per esempio. Intanto, vediamoli passare sul grande schermo incantato di Jacques Perrin.

VEDI ANCHE LA RECENSIONE DI MOVIE MANIAC

h 21,00

27 Marzo 2003

Regia

Jacques Perrin

Anno

2001

Origine Francia
Genere Documentario
Durata 92 '

Personaggi

Interpreti

Note & Premi

Nomination all'Oscar 2003 come miglior Documentario