«Girasoli sparsi in ogni pagina / e
donne di una certa età / fotografie prese con intelligente accuratezza /
solo perle e cappelli come vestiti / con una dedica a un uomo speciale».
Questi versi, tratti da una poesia di Miss Novembre Rosalyn Fawcett
riportata da Miss Settembre Tricia Stewart nel suo libro «Calendar Girl»
(2001), riassumono con felice sintesi il senso di questa incredibile
storia vera. Iniziata nel 1999 quando alcune simpatiche signore inglesi
dai 50 anni in su decisero di posare nude a scopo di beneficenza per un
calendario, l’avventura si è conclusa (per ora) a Hollywood con un film
che non mancherà di dare alla Buena Vista le attese gratificazioni.
Subito definito un "Full Monty"
al femminile per via degli spogliarelli e del modo in cui si mescolano
dialoghi umoristici e motivi toccanti, "Calendar Girls" nel primo
weekend di uscita in Gran Bretagna ha già incassato la cifra (circa 3
milioni di euro) che è costato e si avvia a conquistare le platee
internazionali.
Siamo nell’immaginario villaggio di
Knapely (in realtà Cracoe), Yorkshire, le cui abitanti si dividono fra gli
impegni famigliari e le riunioni alla sezione locale del Women’s Institute,
dove si tengono dotte conferenze sulla coltivazione del cavolo o sulla
marmellata di prugne che suscitano l’ilarità delle birichine del gruppo:
Chris (ovvero Tricia incarnata da Helen Mirren) e Annie (nella vita
Angela, interpretata da Julie Walters). Per sostenere Annie quando
l’amatissimo marito muore di leucemia, Chris convince l’amica e altre
socie del W.I. a farsi fotografare senza veli per il calendario annuale
dell’associazione. Nonostante lo scopo sia di raccogliere fondi da donare
all’ospedale a nome del defunto, il progetto incontra una prevedibile
resistenza. Ma infine l’operazione va in porto con un successo al di là
delle aspettative: centinaia di migliaia di copie vendute e un
frastornante circo mediatico che rischia di distruggere il consolidato
rapporto coniugale di Tricia e la sua amicizia con Annie.
Su questi temi, nella seconda parte
il film si impantana un poco perdendo qualche colpo. Ma per due buoni
terzi la commedia diretta a ritmo vivace da Nigel Cole (debutto alla regia
cinematografica con "L’erba di Grace") e sceneggiata in modo
accattivante da Tim Firth scorre fluida strappando risate su usi e costumi
di un molto britannico universo femminile e introducendo con discrezione
la nota triste della malattia e della morte.
Vincente risulta soprattutto
l’interpretazione, Mirren e Walters in testa, di un insieme di attrici non
più giovanissime che hanno saputo esporsi allo sguardo (affettuoso) della
macchina da presa con la grazia e l’autoironia dei personaggi incarnati.
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