Dall'alto, la macchina da presa si
avvicina alle tavole nere di un pavimento di legno in cui sono tracciate
in bianco strade e case. "Dogville" si presenta allo spettatore
sotto forma di mappa. Da adesso si stabilisce tra Lars von Trier e la
platea un patto che non si scioglie fino al termine del film. Nell'istante
in cui sullo schermo iniziano a scorrere titoli di coda e fotografie più o
meno vecchie di un'America povera, reietta e perdente l'accordo viene
meno. E' il momento dell'esegesi. Inquadrati dall'alto, i personaggi
ricordano i topolini bianchi degli esperimenti.
"Dogville" è un film molesto
perché emozionante al di là di ogni limite. Un laboratorio scientifico
dall'impianto teatrale brechtiano dà origine ad una straordinaria prova di
cinema. La finzione scenica esplicita ed esplicitata, grazie alla macchina
da presa a spalla, concentra l'attenzione dello spettatore sui rapporti
tra i vari personaggi, sui moventi delle loro azioni e sugli oggetti con
cui realizzano relazioni simboliche. Non esiste altro. Il narratore, la
voce fuori campo, assume la funzione del coro della tragedia greca.
La suddivisione in nove capitoli,
pur non interrompendo il flusso emotivo, garantisce lo spettatore dalle
trappole dell'affabulazione e dell'identificazione. La trama potrebbe
erroneamente indurre a pensare si tratti di una pellicola simile ai tanti
racconti di fuggitivi che imperversano nella cinematografia mondiale.
Nulla di più distante dalla verità. Sono gli anni della recessione, la
bellissima Grace è inseguita da pericolosi gangster. Fuggendo, la donna
giunge nella tranquilla "Dogville". Sebbene inizialmente restii,
grazie all'intervento di Tom, i cittadini accettano di nasconderla. Per
assicurarsi la benevolenza degli abitanti, la ragazza lavora per ognuno di
loro. Quando in città uno sceriffo affigge il manifesto della donna,
ricercata ovunque, Dogville esige molto di più. Il buon cuore nell'America
democratica ha un prezzo: Grace diventa proprietà dell'intera
cittadinanza.
Lars von Trier utilizza il film come
una lente d'ingrandimento che impietosa indugia sull'animo umano e sulle
dinamiche di potere. E' un regista che non ama i suoi personaggi,
nell'assenza di affettività risiede la forza e la lucidità della sua
regia. Talvolta, si ha la sensazione di avere a che fare con un demiurgo
che sperimenta le reazioni dei protagonisti a contatto con un potente
reagente: "metti in scena una persona, ti chiedi come agisce in quel
momento, e per forza sei tu che devi dare la risposta".
Grace, interpretata da Nicole Kidman,
non è un'eroina, anzi. In lei prende consistenza un mutamento che la
trasforma da materia inerte nelle mani degli altri a splendida dea
vendicatrice, in grado di determinare la sorte altrui. Se l'iniziale
necessità di credere e sperare in tutto ciò che è umano lascia intravedere
qualcosa dell'"Idiota" di Fedor Dostoevskij, l'assolutezza della
scelta finale la allontana da qualsiasi sentimento di pietà.
Niente sangue sullo schermo, non ce
n'è bisogno. Resta la condanna, resta l'esecuzione implacabile. Tom è un
filosofo, un aspirante scrittore, esempio di ipocrisia e di inabissamento
dell'idealismo nell'autoprotezione e nel perbenismo. Si tratta di un
personaggio complesso, difficile da riscattare, che trova un valido
interprete in Paul Bettany. Nel cast spicca Ben Gazzara, magnifico ed
intenso.
Come definire il nuovo film del
regista danese? Un esperimento? Una messinscena teatrale? "Dogville"
- afferma Lars von Trier - è soprattutto un film e come film sono
soddisfatto della forma, del contenuto e della recitazione". Un
capolavoro, aggiungiamo noi, un raggelante straordinario capolavoro
cinematografico.
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