Giovedì d'essai

 

 

Rassegna PRIMAVERA 2007

 

Gennaio - Maggio 2007

 
 

 Il Film Della Settimana

 

Flags of Our Fathers

Recensione di Paolo Mereghetti

(Il Corriere della Sera)

Scheda a cura di Lucia Marino

 

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Quarant'anni fa, un John Ford amaro e malinconico si interrogava sulla verità e la sua mitizzazione con L' uomo che uccise Liberty Valance. E anche se faceva pronunciare a un giornalista la celebre frase per cui, nel West, «se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda» poi impiegava tutto il film per spiegare che in fondo realtà e leggenda erano la stessa cosa e che John Wayne e James Stewart (gli «uccisori» di Liberty Valance, il primo vero il secondo leggendario) rappresentavano due momenti successivi della stessa America, il pioniere e il cittadino, l' uomo d' azione eroico e l' idealistico servitore della comunità. Oggi Clint Eastwood, con Flags of Our Fathers («Le bandiere dei nostri padri», ma perché non tradurre il titolo?), sembra tornare sugli stessi interrogativi, quando racconta non tanto la battaglia per conquistare l'isoletta di Iwo Jima quanto il valore simbolico che fu attribuito a una fotografia che il reporter dell'Associated Press Joe Rosenthal scattò durante i combattimenti. A cambiare totalmente, però, è l'ottica: oggi non possiamo più dire che leggenda e realtà siano la stessa cosa. Anzi. Fin dalle primissime scene, la regia sottolinea con forza il sempre maggior successo che quella foto, che immortalava sei soldati mentre innalzavano una bandiera americana sul monte Suribachi, ottenne in patria. Ogni giornale la mise in prima pagina. Ogni americano fu convinto di leggervi la forza del proprio Paese e la speranza di una vittoria vicina. E il governo pensò di usarla per vendere buoni del Tesoro coinvolgendo, mentre ancora si combatteva, gli unici tre superstiti di quell'impresa. La guerra, nel film, viene dopo. Così come viene dopo la domanda sull'autenticità di quella foto (che pure scatenò molte polemiche).

 

A Eastwood sembra interessare soprattutto il meccanismo mediatico che trasforma un'immagine in un mito, anche se la realtà dei fatti è stata molto diversa. Il vero cuore del film è proprio qui, nello scarto tra «leggenda» e «realtà». E nella scoperta che uno finisce per cancellare l'altro. Lo dice all'inizio del film la voce fuori campo del capitano Severance, quando ricorda che «qualsiasi somaro crede di sapere cos'è la guerra (...). Le cose piacciono semplici e lineari: buoni e cattivi, eroi e canaglie» e invece i fatti «quasi mai sono come li immaginiamo noi». Lo ribadiscono i comportamenti dei tre reduci - l'infermiere «Doc» Bradley, il portaordini Rene Gagnon e il marine Ira Hayes - quando il film, di fronte alle acclamazioni collettive, ci rivela i loro lati meno eroici: gli incubi per non essere riuscito a salvare dei compagni per il primo, la furbizia di chi vuole sfruttare un insperato momento di gloria per il secondo, e per il terzo l'angoscia, da annegare nell'alcol, di chi sa che sta «mentendo».

 

E ce lo ricorda con forza lo stesso Eastwood quando decide di girare un secondo film (…) sulla stessa battaglia, ma vista con gli occhi non di chi vinse ma di chi perse, cioè dei giapponesi. Come a dire che non può esistere un unico modo di raccontare la realtà. Ecco allora perché il film non enfatizza le scene di guerra, anche se Iwo Jima fu la battaglia dove morì il maggior numero di americani, più di Tarawa, più della Normandia, più di Anzio: 36 giorni di combattimenti, 6.825 morti e 19 mila feriti. Oltre a 21 mila morti giapponesi. Raccontare solo gli scontri a fuoco poteva far cadere il film in un eccesso di spettacolarizzazione (come nelle scene dove la flotta da sbarco è ricostruita con tecnica digitale: una caduta di gusto che forse si può far risalire al coproduttore Spielberg). Eastwood preferisce le ombre, i chiaroscuri. E la scelta da parte di Tom Stern di una fotografia senza i colori brillanti dell'epica cinematografica contribuisce a trasmettere quel tono cupo e antiretorico che viene sottolineato anche da un cast efficacissimo nonostante la mancanza di star. O forse proprio per quello.

 

Allo stesso modo Eastwood non si interroga più di tanto sul valore della fotografia di Joe Rosenthal, che immortalava il secondo alzabandiera (la prima bandiera, più piccola, sarebbe stata richiesta come souvenir da un generale). E non racconta di una terza bandiera e di una terza fotografia, che pure ci fu. Piuttosto vuole sottolineare quello che nel libro di John Bradley (figlio del marinaio «Doc») all'origine della sceneggiatura di William Broyles e Paul Haggis, è solo parzialmente sviluppato. E cioè il rapporto dei figli di oggi con i padri di ieri. Tutto il film nasce dal bisogno di dare voce a una generazione che ha preferito tacere e non comportarsi come il governo obbligò i tre reduci a fare (quante volte viene sottolineato che devono recitare il ruolo degli eroi!). In realtà, si dice in una battuta, «la maggior parte di quelli che erano con me (a Iwo Jima) non parlerebbe mai di quello che successe lì». E anche se le scene delle testimonianze dei vari reduci che spezzano il racconto sono la parte meno avvincente del film, è certo che per Eastwood illustrano un tema centrale della propria poetica: che cosa i padri hanno saputo trasmettere ai figli. Senza retorica ma con la forza dell'esempio.

 

Così, intrecciando questi tre piani - la guerra, il mito e il ricordo - Clint racconta, con l'economia di sentimenti che gli è propria, che cosa vuol dire fare il proprio dovere di soldato (Flags of Our Fathers non è certo un film pacifista) ma anche le troppe manipolazioni operate dalla politica. Ieri come oggi? Nel film una risposta possibile c'è.

 

Vedi anche...

LA RECENSIONE DI MOVIE MANIAC   

 

 

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La recensione di

Film in programmazione

Giovedi

26 Aprile 2007

h 21,00

Regia

Clint Eastwood

Anno

2006

Origine USA
Genere Guerra
Durata 131'

Personaggi

Interpreti

John “Doc” Bradley

Ryan Philippe
Rene Gagnon Jesse Bradford
Ira Hayes Adam Beach
Mike Strank Barry Pepper
Keyes Beech John Benjamin Hockey

Note & Premi