Giovedì d'essai

 

 

Rassegna PRIMAVERA 2007

 

Gennaio - Maggio 2007

 
 

 Il Film Della Settimana

 

Il Mio Migliore Amico

Recensione di Roberto Escobar

(Il Sole 24 Ore)

Scheda a cura di Lucia Marino

 

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È dolceamaro, il gusto di Il mio migliore amico. Dopo Confidenze troppo intime (2004), commedia raffinata sulle strategie tortuose del desiderio, Patrice Leconte e il cosceneggiatore Jérôme Tonnerre raccontano una storia d'amicizia che ha la struttura di un apologo, e anzi proprio di una fiaba. Del primo, il film ha l'evidente tono didascalico. Della seconda ha  la dolcezza, appunto, ma anche l'improbabilità.

Tratto da un soggetto di Olivier Dazat, Il mio migliore amico comincia dalla fine, o almeno da una fine possibile. Al funerale di un suo cliente, François  conta gli amici del defunto: sette, compresa la vedova. E nessuno sembra particolarmente scosso, in primo luogo la vedova. Non è (ancora) lui il protagonista della cerimonia, ma lo sarà di certo, più in là nel tempo. La circostanza lo inquieta. Lo inquieta a tal punto, da suggerirgli di parlarne ai suoi di amici, riuniti qualche ora dopo attorno a un tavolo. Qual è il senso di una vita, di una storia di vita, se la sua conclusione non è coronata dalle lacrime calde e dal sincero dolore di chi resta? Così s'interroga François, e così hanno l'aria di pensare i suoi commensali. Molte sequenze più tardi, Bruno  confuterà alla radice questa prospettiva, e lo farà proprio da quella (improbabile) del morto, di qualsiasi morto. Tanti o pochi che siano gli amici in lutto, certo il diretto interessato non ha mai modo di dolersene, e tanto meno di gioirne. La sceneggiatura questo fa dire, su per giù, a Bruno. Ma poi la questione non è più ripresa. D'altra parte, stando alla vicenda, in fatto d'amicizia Bruno è il più affidabile ed esperto. E così ci par lecito supporre che Leconte e Tonnerre ne condividano l'opinione: non è in vista del proprio funerale che un uomo o una donna possono interrogarsi sul senso e sul valore dell'avere amici. Anzi, così più d'una volta suggerisce il film, la domanda decisiva è quale verbo sia più consono al sostantivo amico: avere o essere? Per François, ma forse anche per i suoi commensali, non ci sono dubbi: gli amici si hanno o non si hanno. Insomma, rientrano in una sorta di contabilità delle relazioni umane, di economia biografica, e forse li si accumula e li si investe, come si fa con gli oggetti e con il denaro. Solo così prende senso la scommessa che sta al centro del film. Riuscirà o non riuscirà Francois a dar conto, a breve, di un “migliore amico” attendibile e garantito?

È un apologo e una fiaba, Il mio migliore amico. Se non lo fosse, non avrebbe via d'uscita narrativa dalla contraddizione in cui la sceneggiatura si infila da sè. Posta nell'ambito dell'avere, l'amicizia è esclusa per definizione. Allo stesso modo, è esclusa per definizione quella che François e gli altri accettano come prova d'amicizia, appunto. Che cosa è pronto a fare per noi un amico? Questo sarebbe il metro adatto a misurarne l'autenticità, come se si trattasse del vaso greco che  Francois e Catherine si disputano con la loro scommessa.

Dietro all'apologo e alla fiaba, sullo sfondo dell'umanità che la percorre, c'è una solitudine diffusa e sistematica, una solitudine che è il cuore non detto del racconto. Basta pensare all'incontro di François con un amico compagno di scuola, il momento più tristemente comico del film. È una smentita crudele della sua memoria e di quanto resta del suo narcisismo, quello che François se ne sente dire. Ma a i nostri occhi di spettatori è ancor più crudele il piccolo disastro umano che Leconte e Tonnerre riescono a raccontare in poche inquadrature. Chiunque fosse tanti anni fa, oggi di quel ragazzino non resta che un omino distrutto, incattivito, oppresso e intristito da una moglie che lui stesso opprime e intristisce. Sono soli, appunto, molti dei personaggi di Il mio migliore amico. Forse è questa solitudine che l'apologo vuole illuminare, ancor prima della miseria d'affetti del protagonista. Sola è Gayet, la sua figlia ventenne, e sola è la sua compagna. Solo è anche Bruno, anzi soprattutto Bruno, chiuso tutto il giorno nel suo taxi, alle prese con la sua disperata cultura da parole crociate. Lo è nonostante la sua cordialità e la sua disponibilità. Soli, infine, sono gli spettatori della versione francese di "Chi vuol essere milionario", che in massa si sentono "amici" di uno sconosciuto tanto indifeso da suscitare la loro pena, e da gratificare la loro illusione d’umanità.

Ha un lieto fine, Il mio migliore amico. François e Bruno scoprono insieme di non avere amici, ma di esserlo l'uno per l'altro. In platea se ne condivide la scoperta, soddisfatti. Così vuole la fiaba, per quanto improbabile sia.

 

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La recensione di

Film in programmazione

Giovedi

15 Marzo 2007

h 21,00

Regia Patrice Leconte
Anno

2006

Origine Francia
Genere Commedia
Durata 95'

Personaggi

Interpreti

Francois

Daniel Auteuil

Bruno Dany Boon
Catherine Julie Gayet
  Julie Durand
  Jacques Mathou

Note & Premi