Dalla Mostra di Venezia fui facile
profeta scrivendo: «"Il ritorno" è uno splendido esordio,
impossibile non ritrovarlo fra i premiati». Com'è noto, la giuria pilotata
da Mario Monicelli gli assegnò addirittura il Leone d'oro suscitando
polemiche. Adesso arriva al pubblico e non resta che consigliare vivamente
a chi ama il cinema questa singolare opera prima di Andrey Zvyagintsev.
L'intrigo è basato su tre
personaggi: un «padre prodigo» riapparso dopo molti anni, e due figli,
Ivan e Andrey, 12 e 14 anni, che litigano sempre. Smettono solo
nell'apprendere che è tornato papà e lo scoprono dormente nel letto simile
al Cristo morto del Mantegna.
In questo nitido film ricco di
riferimenti figurativi gli eventi si snodano da una domenica all'altra e i
misteri si accavallano. Se lo sconosciuto è davvero papà, dove è stato
tutto questo tempo? Perché si fa accompagnare dai figli in una lunga
trasferta in macchina e in motobarca con il pretesto di portarli a pesca?
A chi telefona nelle soste? Cosa c'è nella cassetta che scava di nascosto
all'interno di una baracca in un'isola remota?
L'adulto alterna ordini e rimbrotti
con qualche spunto affettuoso, ma se Andrey comincia ad accettarlo il
piccolo Ivan non riesce a dominare il risentimento a lungo covato. Fatale
come la pioggia che a scrosci flagella i gitanti, sul gruppo familiare
incombe la tragedia.
E alla fine c'è un morto. Come è
successo tragicamente anche nella vita reale: nel lago che si vede nel
film, è veramente affogato Vladimir Garin (nella storia è Andrey, il
maggiore dei due ragazzi) mentre faceva il bagno.
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