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Rassegna AUTUNNO 2005
Settembre 2005 - Gennaio 2006 |
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Il Film Della Settimana |
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Recensione di Alberto Crespi (L'Unità) Scheda a cura di Lucia Marino |
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L’abilità e il talento di un regista si intuiscono dai dettagli. Osservate la scena di "Le conseguenze dell’amore" in cui Titta Di Girolamo, il protagonista, ha un sommesso alterco con il direttore della banca svizzera in cui ricicla denaro per conto della mafia. La lite avviene nel «caveau» della banca dove solerti impiegati contano valigie di banconote, facendo quell’inconfondibile rumore di soldi fruscianti: quando si alzano le voci dei litiganti, tace il rumore di carta smucinata, perché gli impiegati, spaventati, smettono di contare. Voi direte: ma nelle banche, ormai, i bigliettoni si contano a macchina. Vero, ma è lo stesso Titta che pretende il conteggio a mano: «Bisogna fidarsi degli uomini», dice, lui che non si fida di nessuno…
Paolo Sorrentino, regista e sceneggiatore di "Le conseguenze dell’amore", aveva debuttato nel 2001 con il notevole "L’uomo in più". L’opera d’esordio era soprattutto una brillante sceneggiatura, la vita parallela di due «campioni» dell’italianità, un cantante e un calciatore che non si conoscono ma sono accomunati dal curioso destino di avere lo stesso nome, Antonio Pisapia. Il secondo film è uno straordinario salto di qualità: Sorrentino è andato a scavare nella vita quotidiana di un impiegato della mafia, un personaggio del quale tutti possiamo intuire l’esistenza (la mafia ricicla denaro sporco in Svizzera: qualcuno dovrà pur recarsi lassù per farlo!) ma che non noteremmo mai se l’incrociassimo per strada, o nella hall di un albergo. Ecco, Paolo Sorrentino l’ha notato: è questa la differenza fra un narratore di razza e noi comuni mortali.
Titta Di Girolamo è un uomo grigio, abitudinario. Persino nel rapporto con la droga: si fa un’iniezione d’eroina una volta alla settimana, sempre lo stesso giorno, sempre alla stessa ora. Vive in un albergo di Lugano e non dà confidenza a nessuno. Ogni tanto gli arriva in camera una valigia e lui non ha nemmeno bisogno di aprirla per sapere cosa farne. Quest’uomo che non ha emozioni, che non parla del proprio passato, che di tanto in tanto intrattiene frettolose conversazioni telefoniche con la famiglia, che insomma non è nemmeno «umano», un bel giorno si innamora. E quando si avvicina al bar dell’albergo, dove lavora una ragazza che l’ha incuriosito, dice (più a se stesso che a lei): «Sedermi a questo bancone è forse la cosa più pericolosa che abbia fatto in tutta la mia vita». E non immagina quanto sia vero…
"Le conseguenze dell’amore" è un titolo che, volutamente, sposta l’accento dal contesto (la mafia, le banche svizzere, i conti segreti) alla storia individuale di Titta e alla sua voluttuosa auto-distruzione. Però, nel suo essere asettico, «alieno», è un incredibile film sull’Italia di oggi. Il rapporto di Titta con la casa madre (è la mafia, ma potrebbe essere un partito politico, una setta segreta, una multinazionale, il Vaticano, l’Opus Dei…) è la più efficace rappresentazione che il cinema abbia mai offerto sull’anima segreta di un travet, sulla tecnica che questi sviluppa per custodire i segreti (memorabile, per scrittura e interpretazione, la scena in cui il direttore di banca «sfida» Titta a raccontargli la cosa più cattiva che abbia fatto in vita sua), e anche sui pericoli che il medesimo travet può correre quando, dentro questa struttura perfetta e autosufficiente, irrompe la vita. Il fatto che sullo sfondo ci sia, non tanto la mafia, quanto un’istituzione da proteggere, un modello culturale da difendere, rende "Le conseguenze dell’amore" un apologo per il quale è lecito spendere paragoni con Kafka, con Simenon e, vista l’ambientazione elvetica, con Durrenmatt.
Il film è talmente ben congegnato che, anche se Titta fa un mestiere del quale nulla sappiamo, è facilissimo identificarsi nella sua solitudine. Buona parte del merito va anche all’attore che lo interpreta, un Toni Servillo del quale non ci stancheremo mai di ripetere: se vivesse a New York, e anziché Toni si chiamasse Tony, avrebbe una collezione di Oscar in salotto.
Ma tutto il film è magistrale per scrittura (e che Sorrentino sapesse scrivere, si sapeva) e per regia, per il senso squisito dell’inquadratura, per il modo in cui la Svizzera diventa pura geometria. Tra i bravi attori che fanno da coro a Servillo (Angela Goodwin, Adriano Giannini, Olivia Magnani) va segnalato l’inatteso ritorno di un grande Raffaele Pisu, nei panni dell’ex proprietario che ora vive da ospite nell’albergo che era suo; e che è atteso, nel sottofinale, da una strana sorpresa.
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Film in programmazione Giovedi 24 Novembre 2005 h 21,00 |
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| Regia |
Paolo Sorrentino |
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| Anno |
2004 |
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| Origine | Italia | ||
| Genere | Drammatico | ||
| Durata | 100 ' | ||
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Personaggi |
Interpreti |
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| Titta | Toni Servillo | ||
| Sofia | Olivia Magnani | ||
| Valerio | Adriano Giannini | ||
| Carlo | Raffaele Pisu | ||
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Note & Premi |
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