Giovedì d'essai

 

 

Rassegna PRIMAVERA 2007

 

Gennaio - Maggio 2007

 
 

 Il Film Della Settimana

 

Le Rose del Deserto

Recensione di Alberto Crespi

(L'Unità)

Scheda a cura di Lucia Marino

 

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(…) Il cinema italiano dovrebbe essere in festa: per il nuovo lavoro, fortissimamente voluto e lungamente atteso, di un grandissimo regista che in passato ci ha regalato sommi capolavori, da La grande guerra a L'armata Brancaleone, da I compagni a Romanzo popolare. Ma vedrete che la festa non sarà unanime. Qualcuno non perdonerà a Monicelli di aver girato un film anti-istituzionale e in qualche misura impopolare, per come affronta (partendo dal romanzo Il deserto della Libia di Mario Tobino) uno dei temi più controversi dell'identità italiana: l'esercito, l'impegno bellico e quindi - per vie dirette - il patriottismo e la natura profonda dell'homo italicus, abituato a sventolare volentieri il tricolore alle partite di calcio, ma pronto, quando c'è da rischiar la pelle, a rispolverare l'antico motto «armiamoci e partite».

Queste cose, Monicelli, le sa bene: essendo nato nel 1915 ha vissuto sulla propria pelle la retorica fascista, è stato richiamato durante la Seconda guerra mondiale, ha conosciuto la Libia come colonia (era assistente sul set dello Squadrone bianco, di Genina) e come fronte, ha poi visto e raccontato tutte le disillusioni del dopoguerra. Se c'è un cineasta che ha il diritto di dire che l'Italia non è un paese di santi né di eroi, è lui.

E ne Le Rose del deserto lo dice come sempre a suo modo, come già avvenne nella Grande guerra: raccontando l'eroismo involontario (là di due fanti fannulloni, qui di un manipolo di assistenti sanitari, un po' alla M.A.S.H.) e mettendo in chiaro come i soldati vadano alla guerra senza saper nulla di ciò che li aspetta. Coloro che dovrebbero sapere (gli ufficiali, i politici) sono spesso un branco di pazzi sanguinari e psicopatici, come il generale Pederzoli che ne Le Rose del deserto pensa solo a costruire un cimitero per la sua armata e, quando finalmente i soldati gliel'hanno scavato nella  sabbia, mormora soddisfatto: «Ora bisogna solo riempirlo».

Pederzoli, interpretato dal critico Tatti Sanguineti con toni striduli che ricordano il monaco Zenone de L'Armata Brancaleone (un altro pazzo mica da ridere, che guidava i poveretti «a lo santo sepolcro» per scacciare gli infedeli), arriva nell'ultima mezz'ora di film a «ravvivare» la noiosissima guerra vissuta fin lì dal maggiore Strucchi (Alessandro Haber), dal tenente Salvi (Giorgio Pasotti) e dagli altri ufficiali medici dell'esercito fascista. Sono imboscati in un'oasi dove non succede mai nulla e dove l'emozione più forte è curare la bellissima nipote del locale podestà arabo. Fra di loro si aggira, vera anima del film, il domenicano Fra' Simeone (Michele Placido, strepitoso), l'unico che conosce i libici e sa quale gigantesca follia sia la guerra che incombe.

Il film si muove in maniera picaresca tra la folla di ufficiali e soldatini, trovando una sintesi narrativa solo nel finale, nella bellissima scena del matrimonio/funerale e nell'ovvio destino di Strucchi, troppo poeta per reggere lo stress. Film perfetto al 70%, anche a causa di vicissitudini produttive, ma amaro, beffardo e «politicamente scorretto» al punto giusto. Da vedere.

 

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La recensione di

Film in programmazione

Giovedi

17 Maggio 2007

h 21,00

Regia

Mario Monicelli

Anno

2006

Origine Italia
Genere Drammatico
Durata 90'

Personaggi

Interpreti

Ten. Marcello Salvi Giorgio Pasotti
frate Simeone Michele Placido
maggiore Stefano Stucchi Alessandro Haber
sergente Barzottin Flavio Falzarano
Aisha Moran Atias

Note & Premi