Sono molti i
film della Mostra del cinema tratti da opere letterarie (per insicurezza?
per povertà di pensiero proprio? per convinzione?): "The Dreamers"
di Bernardo Bertolucci si rifà fedelmente al romanzo di Gilbert Adair,
"Buongiorno, notte" di Marco Bellocchio si ispira al libro di Anna
Laura Braghetti «Il prigioniero», "Alila" di Amos Gitai si basa su
un racconto di Yeoshua Knaz, "Zatoichi" di Takeshi Kitano deriva da
un racconto di Kan Shimozava, "The Human Stain" di Robert Benton è
tratto dal romanzo di Philip Roth, "Pornografia" dall'opera di
Gombrowicz, "Matchstick Man" di Ridley Scott dal libro di Eric
Garcia, "La luz prodigiosa" di Miguel Hermoso con Nino Manfredi
nasce dal romanzo di Fernardo Marìas. E anche dietro "Monsieur Ibrahim
et les fleurs du Coran" ("Monsieur Ibrahim e i Fiori del Corano")
di François Dupeyron c'è un racconto leggero e serio di Eric-Emmanuel
Schmitt pubblicato in Italia da e/o.
Anni
Sessanta. In un quartiere popolare parigino le cui strade hanno nomi di
favola (Rue Bleu, Rue de Paradis) diventano amici un anziano bottegaio
musulmano adepto al sufismo e nato in Turchia, Monsieur Ibrahim, e un
adolescente ebreo a cui l'essere ebreo non interessa affatto. Il ragazzo
Momo vive solo con il padre in un grande appartamento oscuro. Il padre è
un uomo tetro, depresso, punitivo, la madre se n'è andata, è il ragazzino
a fare la spesa, cucinare, rubacchiare per poter frequentare le cordiali
prostitute del quartiere. Il signor Ibrahim è il droghiere di fronte che
lavora sempre dalle otto a mezzanotte ma senza fretta, senza affanno; un
uomo sereno, spiritoso, lieto, che insegna a Momo tante cose: quant'è
bella Parigi, come sorridere, come portare un paio di belle scarpe, come
vivere. Il padre del ragazzo viene licenziato, se ne va per la vergogna di
non riuscire a trovare un nuovo lavoro, finirà suicida sotto il treno. Il
legame tra il signor Ibrahim e il ragazzo si stringe, diventa
paterno-filiale: il droghiere adotta Momo come figlio, lo accompagna al
bagno turco, gli compra un'automobile rossa che nessuno dei due sa davvero
guidare, lo porta in viaggio sino al proprio Paese, la Turchia, attraverso
un paesaggio arido, mineralizzato, molto bello.(…) Il ragazzo è ormai in
grado di cavarsela da solo.
Due
nazionalità, due generazioni, due religioni, due culture, due
temperamenti, due modi di vivere si trovano a confronto: e non c'è dubbio
che l'anziano musulmano sia il più vitale, il più capace in quell'arte di
sorridere alla vita racchiusa nei preziosi fiori del Corano.
Il film
ottimista evita la melensaggine anche grazie agli interpreti. Il ragazzo
Pierre Boulanger recita con naturalezza e partecipazione. Omar Sharif,
forse il primo attore arabo a venire a suo tempo considerato bello dal
cinema occidentale, ha una voce magnifica, uno sguardo brillante e dolce,
un magnetismo radioso, ed è certo più bravo di quanto sia stato ne "Il
dottor Zivago" o in "Lawrence d'Arabia".
"Monsieur
Ibrahim e i fiori del Corano" non è un gran film come François
Dupeyron non è un gran regista, ma ha grazia divertente, serietà
impegnata, una generosa allegria poco frequente.
Prossimamente
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