Anche se Kim Ki-duk si dichiara un cane sciolto, che non
appartiene alla "corrente dominante" e viaggia ai margini, il suo
"Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera" è da
considerare un apologo di ispirazione buddista. Tale è la cultura di
appartenenza di questo regista coreano segnalatosi all'attenzione della
critica internazionale per la singolarità e intensità della sua opera
cinematografica (ricordiamo in particolare "L'isola" che,
presentato alla Mostra di Venezia nel 1999, è uscito nelle nostre sale).
Tuttavia, per quanto profondamente orientale, il film ha
qualcosa da insegnare a noi che viviamo in un mondo dove sembra che il
delitto abbia il perdono incorporato. Infatti la prima cosa che si chiede
ai parenti di una vittima è se hanno perdonato, quasi fossero gli altri, i
mass media o la società nel suo insieme, a decidere se alleggerire dei
pesi la coscienza del colpevole e non questi a doversene assumere la piena
responsabilità. Al contrario nella parabola esistenziale delineata da Kim
ki-duk, le cui tappe di dieci anni in dieci anni sono scandite dallo
svolgersi delle stagioni, l'individuo rispondendo di se stesso e di ogni
suo atto emerge come centro morale assoluto.
In una cornice di magica suggestione, un eremo galleggiante
nel lago di Jusan sprofondato fra verdi, impenetrabili montagne, vivono un
anziano monaco e un bambino di cui seguiamo le tappe di crescita: dalla
primavera dell'innocenza infantile in cui si scoprono le cose (inclusa la
propria crudeltà), all'estate dell'adolescenza con le sue incontrollabili
pulsioni sessuali; dall'autunno tempestoso dell'età adulta, l'epoca degli
errori, all'inverno della redenzione e della spiritualità. Il ciclo si
chiude e si riapre: a quarant'anni di distanza dalla precedente primavera,
il bambino di allora è un anziano monaco che vive con un bambino e…
Ambientato in un oggi astratto, realizzato nel corso delle
quattro stagioni con l'essenzialità di un haiku, fotografato in modo
impeccabile, il film di Kim Ki-duk parla, in contrasto all'immota bellezza
del paesaggio, di una natura umana fallace, violenta e sofferente che nel
processo verso la maturazione trova il suo senso e il suo riscatto.
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LA
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