Giovedì d'essai

 

 

Rassegna AUTUNNO 2005

 

Settembre 2005 - Gennaio 2006

 
 

 Il Film Della Settimana

 

Saimir

Recensione di Roberto Escobar

(Il Sole 24 Ore)

Scheda a cura di Lucia Marino

 

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"E' lontana l'Italia?" domanda sorridendo un piccolo kosovaro a Saimir, che lo guarda con un'insofferenza venata di pietà. In fretta, Saimir gli risponde che c'è già arrivato, in Italia. E quello, di nuovo: "Come si sta in Italia?". Ha attraversato il mare, insieme con molti altri, ed è appena sbarcato di nascosto su una spiaggia buia, lasciandosi alle spalle la sua terra avara. Ora, è la speranza che gli illumina il sorriso. Ma Saimir non risponde. Si chiude in un silenzio cupo che, subito, si riflette sul volto del piccolo. Termina così la prima sequenza di "Saimir", esordio bello e profondo di Francesco Munzi, trentacinquenne romano. I due, il bambino che viene da Pristina e il quindicenne albanese, stanno seduti nel camion di Edmond, padre di Saimir. L'uomo ha appena prelevato un gruppo di "clandestini", cioè di esseri umani cui la miseria e spesso anche le leggi arrivano a negare dignità umana. Nella notte, Edmond e Saimir hanno cercato il loro carico. Poi, dal buio sono emersi dei fantasmi. Stretti l'uno all'altro, i "clandestini" si sono fatti avanti. Ed è stato come se la regia ce ne volesse suggerire un'analogia non solo figurativa con gli uomini, le donne e i bambini del Quarto stato, dipinto da Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1901. Ma dei nostri ancor vicini padri e madri c'è parso che quei disperati non avessero la sicurezza e l'orgoglio. Sui loro volti, nei loro gesti, abbiamo invece visto spaesamento, abbandono. Edmond li ha fatti salire sul camion, e in fretta s'è fatto consegnare i loro documenti. "Ci sono tutti?", ha domandato controllandoli con cura. Una volta certo che nessuno si fosse tenuto il segno e la conferma della propria identità, ha chiuso il portellone posteriore ed è partito. E ora quei disperati sono in viaggio verso un lavoro, se così si può chiamare, una schiavitù senza catene, essa sì clandestina. È questa l'Italia di cui il piccolo kosovaro ha domandato. E questa la terra della speranza che suo padre e sua madre cominciano a conoscere nel buio della notte, e che poi scopriranno nella meschinità avida di gente che, allo stesso tempo, li deruba della loro fatica e li disprezza.

 

In "Saimir" ci sono due livelli di racconto. Il primo riguarda il quindicenne albanese, suo padre e qualche altro personaggio. La loro storia è sottratta al buio, all'anonimato in cui — appunto a un secondo livello — si svolge la vicenda collettiva del nuovo quarto stato. Munzi avrebbe ben potuto decidere di portare in evidenza una fra le storie singole delle moltissime donne e dei moltissimi uomini che, nel silenzio e nella paura, faticano e costruiscono un futuro che poi saranno i figli e i nipoti a vivere. E invece ha scelto di raccontarci proprio questa, di migranti per così dire "inseriti". Ossia, di migranti che si sono inseriti nelle possibilità di vita aperte dalla sofferenza di altri migranti. Così fa Edmond: sfrutta degli sfruttati, si fa complice di criminali, che siano o non siano stranieri come lui. "Questo è il nostro destino", dice a Samir che glielo rimprovera. E pretende di sgravarsene d'ogni responsabilità, in questo molto simile ai suoi complici italiani, intenti a comprarsi braccia per pochi euro. Ma il figlio non riesce, o non riesce più a credergli. No, certo non può esser quello, il suo destino, e soprattutto non lo deve essere. Non ha consapevolezza critica, Saimir. E come potrebbe averla? Tutto il suo mondo è il padre. Per il resto, non va oltre l'amicizia di altri che gli somigliano, e le cui vicende hanno l'aria d'essere persino più misere della sua. Potrebbe esser l'amore di Simona a insegnargli un'altra possibilità di vita. Ma quell'amore svanisce in un'impossibilità dolorosa, e fin dall'inizio decisa a causa della distanza fra i loro "destini". Che cosa potrà fare, allora? Forse, potrà adattarsi alla vita di un gruppo di ladruncoli, adolescenti nelle sue condizioni. Potrà infilarsi nelle ricche case che ha sempre solo visto da fuori, per rubarsene via un po' di ricchezza. Oppure, potrà imitare il padre. Potrà continuare a sfruttare la miseria di uomini e donne sfruttati. Il rischio non sarebbe eccessivo. L'inserimento potrebbe esser veloce, e quasi indolore.

 

E' questo il cuore del film: questo dilemma morale, e anzi di vita. Si può accettare un destino che si paga con la morte della propria dignità? Si può farlo, ignorando il dolore dei molti, dei troppi uomini e donne ridotti a schiavi? La risposta di Saimir è netta. Munzi non la dice, ma proprio la mostra nella sua decisione dì rivoltarsi al padre, scegliendo così di tornare in Albania. E a noi pare che non lui perda qualcosa, ma l'Italia.

 

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La recensione di

Film in programmazione

Giovedi

3 Novembre 2005

h 21,00

Regia

Francesco Munzi

Anno

2004

Origine Italia
Genere Drammatico
Durata 88 '

Personaggi

Interpreti

Saimir Mishel Manoku
Edmond Xheedet Fer
Simona Anna Ferruzzo
  Lavinia Guglielman
   

Note & Premi