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Il Nemico alle Porte | ||
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Il Voto
di Francesco Maporti |
Enemy at the Gates | ||
| di Jean-Jacques Annaud | |||
| con Jude Law, Joseph Fiennes | |||
| Germania, USA, Gran Bret., Irlanda | 2000 | ||
| Guerra | |||
| 2 h, 11 ' | |||
Se non vuoi anticipazioni sulla trama NON LEGGERE le parti SCRITTE IN BLU.
Il Plot

Stalingrado, autunno 1942: le armate germaniche del generale Von Paulus
assediano la città sulle sponde del Volga. I sovietici resistono, ma i continui
assalti sferrati da entrambi gli schieramenti si risolvono sempre in uno spreco
inutile di uomini. Per risollevare il morale dell’armata rossa e trascinarla
verso la vittoria occorrono soldati valorosi da elevare al rango di eroi: uno di
questi è Vassili Zaitsev, giovane contadino russo che si è scoperto ottimo
tiratore scelto. Sarà lui ad ingaggiare una caccia senza quartiere con la
controparte tedesca, il nobile cecchino Konig: l’esito di questa lotta
significherà in un certo modo la vittoria o la disfatta dell’esercito sovietico.
Secondo
me…
Il film inizia bene: la tradotta con gli eroici soldati dell’Armata Rossa,
stipati come degli internati con tanto di vagoni piombati, attraversa la
campagna russa e arriva a Stalingrado. Al vedere la città ridotta a un cumulo di
macerie e divorata dalle fiamme quei disgraziati non hanno neanche il coraggio
di saltare giù dal treno. Dopo essere stati traghettati sull’altra sponda sotto
il fuoco tedesco e con la minaccia delle pistole comuniste, vengono destinati ad
un veloce assalto, atroce nel suo orrore e straziante, quasi grottesco, nella
sua inutilità: anche qui i valorosi dalla stella rossa possono solo scegliere di
morire sotto il piombo dei tedeschi o crivellati dalle mitragliatrici
sovietiche, se dovessero disonorevolmente ritirarsi. Punto.
Qui a mio parere finisce il film, dopo neanche mezz’ora, se l’intento del regista era quello di straziare il cuore dello spettatore, un cuore umano si intende, illustrandogli l’abilità tattica degli ufficiali russi ricalcando grosso modo “Uomini Contro”, il miglior diario di guerra su pellicola, saggiamente buttato nel dimenticatoio come ogni vergogna italiana.
E’ difficile imbrigliare la propria coscienza e la propria ragione, escluderle dal coinvolgimento emotivo innescato dalle immagini, di fronte a simile insensatezze, ordini capricciosi dalle tragiche conseguenze che pagheranno con la propria vita migliaia di sventurati.
Peccato però che
un progetto così significativo, fatto di emozioni e sensazioni aspre, a tal
punto così ripugnanti,
da
far sudar freddo lo spettatore seduto comodamente sulla sua poltrona, da fargli
desiderare un posto dove nascondersi per la vergogna, in quanto essere umano,
per crimini e nefandezze compiute da umani, peccato proprio che tutto questo sia
stato contaminato da trovate commerciali: il triangolo amoroso, banalotto e
insulso che in “Pearl Harbor” almeno aveva trovato un decoroso scenario
(li almeno c’erano la spiaggia, il sole e le palme!), e l’eterno scontro
western fra Jude Law (Vassili) e Ed Harris (Konig), vero e
proprio tributo a Sergio Leone.
Raccontare le storielle amorose fra un contadino sempliciotto riscopertosi cecchino, la bella soldatessa Tanja (Rachel Weisz) colta e poliglotta e l’ufficialetto Danilov (Joseph Finnies), antipatico fino al midollo, non mi pare un onesto tributo alla battaglia di Staligrado, ridotta poi ad un puro fondale, una sorta di “O.K. Corral” per i baldi tiratori (certo che Wyatt Earp e fratelli furono un po’ più fulminei!), ne un’idea adatta a sorreggere il ritmo del film che diventa fiacco, svogliato, prevedibile e che si riduce al solo scontro fra i due contendenti.
Ovviamente tutto all’insegna del politically correct, ora le cortine di ferro
sono state abbattute, il Muro di Berlino è caduto, la Russia è nel G8, si dia
spazio all’eroismo dell’Armata Rossa, forza!
Ed è così che un film diventa paradossalmente di parte, si sta a tifare per una divisa o per l’altra. Si finisce sempre nell’ammettere concordi l’eroismo e la magnanimità dei buoni e la perfidia dei cattivi (perché in questo di solito si traduce un conflitto, buoni contro cattivi, bene contro male, alleati contro forze dell’asse, ma anche americani contro comunisti ecc.): non esiste mai il dubbio dei buoni poco misericordiosi o della disperazione dei cattivi.
I tedeschi non sono poi tanto diversi da quelli di Spielberg, tutti grigi, torvi, austeri, pare che ai registi non vada a genio dar loro uno straccio di profilo, un po’ più approfondito diverso dal solito stereotipo, legato al sillogismo “tedesco = nazista = SS”.
Ritornando al
film, per chi ama una tensione continua, la figura del cecchino è azzeccata:
nascosto, vigile,
silenzioso,
freddo, preciso, chirurgico, non si vede e non si sente, un nemico dal quale non
si trova riparo, dal quale la morte arriva con un sibilo. Malgrado tutti questi
buoni elementi la caccia fra i due diventa via via sempre più esasperante, e gli
episodi in cui si trovano protagonisti finiscono sempre in un nulla di fatto per
coincidenze assurde e poco credibili: gli scontri sono si spettacolari, ma si
storce il naso circa la verosimiglianza delle dinamiche di ogni evento, e
d’altra parte non si può fare a meno di provar pena per tutti i gregari di
Vassili puntualmente centrati dal cyborg-cacciatore tedesco.
Immancabile l’happy end, uno slancio verso la vittoria, con tanto di breve cronistoria per aggiornare la fetta di pubblico veramente interessata alla campagna militare di Russia: morto il crucco (ops, vi ho rovinato il finale…), i tedeschi tolgono l’assedio con la coda fra le gambe.
Una trama che lascia dell’amaro in bocca se si ripensa all’inizio, alla grande carica emotiva che investiva lo spettatore, se si ripensa a quante vite buttate via per niente.
In conclusione, un war movie per chi sa di non aspettarsi molto da una trama dalla Storia, la vera Storia, sbiadita, chiazzata qua e là dalle solite emozioni forti ed incisive che attirano il pubblico e che elevano (o degradano?) un film a successo da botteghino.