L'Ospite            

A.I. - Intelligenza Artificiale

Il Voto

10,00 /  10

di Demis Maccalli

Secondo me…   

       Da dove cominciare a descrivere un film semplicemente favoloso? E soprattutto, con quale coraggio scriverne una critica dal basso della mia assoluta incompetenza nel settore? Quando ho accettato di collaborare con Daniele alla stesura ed alla pubblicazione dei nostri pareri sulle nuove proposte cinematografiche, pensavo con timore proprio a momenti come questo, dove mi sarei dovuto confrontare con opere di assoluto livello come Artificial Intelligence. Non so se avrò la capacità di portare a termine questa fatica, ma posso garantire che se riuscirò nell’intento sarà solo grazie alla passione sviscerata che nutro per questo tipo di cinema intenso, emozionante e coinvolgente; per i momenti di passione, e per le emozioni pure che sa regalare; per gli infiniti momenti di riflessione a cui porta… per le tracce indelebili che lascia nelle nostre menti e nelle nostre anime.

Come molti di voi sapranno, A.I. è l’ultima fatica cinematografica di Steven Spielberg, ma l’idea, e credo buona parte della sceneggiatura, arrivano dalla mente del sempre più compianto Stanley Kubrick. Non è tuttavia la prima volta che questi due esponenti assoluti del cinema si incontrano per dar vita ad un’autentica opera d’arte, anche se nel caso precedente di Eyes Wide Shut, Spielberg intervenne solamente nel montaggio delle ultime scene a causa della morte improvvisa di Kubrick avvenuta nella primavera del 1999. E non a caso fu Spielberg a terminare l’opera incompiuta di Kubrick. Tra i due vi era un profondo rapporto di amicizia e di stima reciproca. Ai miei occhi, e forse anche a buona parte degli estimatori dei due registi, tutto questo è parso il più legittimo passaggio di consegne tra un indiscutibile maestro della cinematografia e quello che al giorno d’oggi è considerato il suo più degno erede. Un compito estremamente gravoso per Spielberg, un’eredità decisamente pesante che sta dimostrando sempre più di portare degnamente a frutto con questa opera semplicemente grandiosa.

Certo, Spielberg non è sicuramente l’ultimo degli arrivati perché ha già alle spalle una carriera trentennale costellata di clamorosi successi (bastino per tutti ‘E.T.’, ‘Incontri ravvicinati del III° tipo’, ‘Schindler’s list’ e ‘Salvate il soldato Ryan’). Ma è proprio negli ultimi anni che ha mostrato una notevole maturazione passando da semplici film di puro intrattenimento a pellicole che trattano con estrema lucidità e con cura pressochè maniacale temi storici ma ancora di scottante attualità. Insomma, chi meglio di lui poteva prendere il posto di un personaggio che della cura maniacale per il particolare, della bellezza estrema dell’immagine e della perfezione da raggiungere ad ogni costo ha fatto il proprio scopo di vita?

Credo che arrivati a questo punto sia cosa opportuna chiudere questo lungo ma secondo me necessario preambolo sugli autori e passare velocemente e altrettanto brevemente alla critica vera e propria del film. Per quasi tutta la durata della pellicola (per la precisione i primi tre quarti) traspare evidente lo stile di Kubrick soprattutto nel modo di condurre la narrazione della vicenda e nella rappresentazione scenografica. Sono estremamente visibili la conduzione della storia fatta tramite piccoli episodi distinti ma indissolubilmente uniti per dare una visione chiara e coinvolgente, ma allo stesso tempo distaccata e schematica della vicenda. La storia si snoda, come in quasi tutte le opere Kubrickiane secondo un preciso crescendo di intensità della narrazione, fino all’arrivo all’inevitabile culmine drammatico della vicenda che segna l’inizio della nuova visione specularmente opposta alla precedente.

Anche in questo caso, come in ‘Arancia Meccanica’, ‘2001 odissea nello spazio’, ‘Barry Lindon’ e molti altri esempi, il culmine è rappresentato nella scena centrale del film, dove, fatalmente compare uno specchio che rappresenta una seconda dimensione e nel quale il pubblico, assieme al protagonista si ritrova proiettato. Da questo punto in poi comincia una storia parallela alla precedente e con caratteristiche diametralmente opposte che porta verso l’inevitabile declino della vicenda secondo una visione apocalittica, crudamente realista e pessimista che contraddistingueva il pensiero di Kubrick. Lo specchio quindi come rappresentazione del contrario, della contrapposizione, dell’ imprevisto, dell’inevitabile, del declino verso l’oblio. Lentamente, ma inesorabilmente lo spettatore viene condotto verso una conclusione che non può prevedere altro che la morte come fine ultimo di tutto ciò che è vivente, come liberazione dai propri dolori e dalle proprie ferite.

Ma ecco che a questo punto, quando ormai sembra tutto perduto Spielberg materializza un altro specchio che ribalta una seconda volta la situazione e, dopo essere giunti al punto più profondo del declino, dalle ceneri della distruzione nasce una nuova speranza inaspettata di vita. Anche Kubrick aveva sperimentato il secondo specchio (ad esempio in 2001 odissea nello spazio) facendo tornare la speranza in una nuova vita che nasce; ma se Kubrick lascia questa “seconda possibilità” data all’uomo come una cosa solo lievemente accennata e lascia tutto il prosieguo della vicenda alla fantasia dello spettatore, facendolo sognare e fantasticare, Spielberg non lascia nulla alla fantasia e porta a termine la vicenda raccontando tutto nei minimi particolari, ridonando speranza, serenità e ottimismo allo spettatore.

Se devo essere sincero, tra le due visioni preferisco di gran lunga quella kubrickiana, perché permette al pubblico di fantasticare, di crearsi il proprio mondo oltre l’inconscio, di costruirsi una propria visione del tutto personale dell’avvenire e dell’ignoto…. Ma è solo una questione di gusti personali…    

                                                                                            MaC