Top Film della Stagione

          Novembre 2001         

A.I. - Intelligenza Artificiale

Scheda               

Regia

Steven Spielberg

Genere

Fantascienza

Anno

2001

Nazionalità

USA

Interpreti

Haley Joel Osment, Jude Law, William Hurt

Titolo Originale

A.I. - Artificial Intelligence

Durata

2 h, 24'

Il Voto

9,30 /  10

Il Plot

        David è un prototipo di bambino-androide, progettato per amare; viene "adottato" da due genitori che hanno appena subito un grave lutto. Riuscirà ad entrare nel cuore della madre?

Secondo me… 

       Il più grande narratore di storie di questa generazione ha colpito ancora una volta nel segno. Steven Spielberg, nella sua carriera, ha dimostrato di saperci fare con ogni genere cinematografico, sia come regista che come produttore. Riesce a passare tranquillamente dall'avventura più pura della trilogia di Indiana Jones, ai temi sociali di "Amistad" e "Il Colore Viola", da fotografie di importanti pagine della nostra storia ("Shindler's List" e "Salvate il Soldato Ryan") alle favole (oltre al non felice "Hook - Capitano Uncino", il cult "I Goonies" e "E.T."), alle storie sentimentali (tipo "Always"), al divertimento più sfrenato (come produttore di "Chi ha incastrato Roger Rabbitt?") al thriller puro e essenziale di "Duel". Con "A.I. - Intelligenza Artificiale" Spielberg arriva a realizzare un capolavoro di poesia cinematografica: non è una favola moderna, ma una fiaba futura. 

    E' chiara l'influenza di Stanley Kubrick (che aveva iniziato a metter mano al progetto alcuni anni fa), ma, non essendo io un esperto dello scomparso regista, preferisco riguardo questo aspetto rimandarvi all'analisi del mio amico Mac. Negli Stati Uniti hanno addirittura coniato un nuovo nome per indicare la fusione tra due stili tanto diversi: Stevely Kulberg

    Comunque sono chiare e preponderanti le caratteristiche del film di stampo spielberghiano: il trattamento del tema degli affetti familiari, il bisogno di trovare questi affetti in cui rifugiarsi, il bisogno di trovare stabilità e sicurezza con la presenza di genitori, il protagonista (cioè un bambino) aiutato da un amico-giocattolo che assomiglia tanto al grillo parlante,...   

    Stilisticamente Spielberg archivia il montaggio spezzato e veloce dell'incipit di "Salvate il Soldato Ryan" e utilizza lunghe e placide carrellate, inquadrature stabili e spesso ammorbidite dal controluce (dopo l'eccesso di macchina a mano trovato in tante recenti produzione come "The Blair Witch Project" o "Dancer in the Dark") e uno stile sobrio e asciutto, completamente funzionale al fatto che si sta narrando una favola. Da alcuni sono arrivate critiche sulla lentezza del film. Siamo oramai abituati in questi tempi a venire sensorialmente massacrati da velocità di immagini e potenza del sonoro (con esiti a volte felici come in "Moulin Rouge"). Ma in questo angolo di poesia sarebbe risultato inopportuno fare una scelta diversa da quella operata da Spielberg, non si poteva realizzare il film come fosse un action-movie; senza una mano tanto delicata sarebbe stato come fare recitare "Il Sabato del Villaggio" a Will Smith in un suo rap. Completamente fuori luogo. Questa di "A.I." è la lentezza tipica di una fiaba (i nostri nonni ce le raccontavano con tono dolce e vellutato, non gridando o parlando a raffica); questa lentezza (che dunque va considerata non in senso negativo) non intacca l'essenzialità di tutta l'opera, la sua scorrevolezza e la fluidità che ne contraddistingue ogni parte. Al contrario di quanto succedeva nell'insostenibile "Eyes Wide Shut", qui il ritmo è completamente giustificato e in sintonia con il genere di film che si voleva realizzare.

    Spielberg arriva a toccare il cuore e la mente. Riesce in questo intento grazie anche alla collaborazione di un incredibile Haley Joel Osment, che è il fulcro attorno a cui vive tutto il film. Così piccolo, eppure già così maturo professionalmente, capace di calarsi in una recitazione "meccanica" e poco fluida, da robot, nelle parti iniziali (memorabili le scene ambientate durante la cena), per poi gradatamente sciogliersi e assumere quasi la naturalezza di un umano, ma senza mai arrivarci veramente. Già due anni fa era stato un delitto non assegnargli l'Oscar per cui era in lizza con "The Sixth Sense"; quest'anno, a maggior ragione, questo premio sarebbe meritatissimo. Perfino Jude Law (che qui comunque ha confermato la propria bravura dopo la intensa prova di "Il nemico alle porte") vede il personaggio geniale del robot-gigolò oscurato dal carisma del piccolo David. 

    Questo film, dicevo, riesce anche a far riflettere su molte cose: fino a dove l'uomo si può spingere per cercare di raggiungere la propria felicità, quanto può essere pericoloso e fino a dove possiamo spingerci nel soppiantare Dio nel suo ruolo di demiurgo, quali sono i limiti invalicabili per il grado di evoluzione di una macchina, qual'è la vera natura dell'uomo e in che cosa questo si differenzia da qualsiasi altro essere o oggetto da lui creato, dove può portarci l'estremo bisogno di ricevere e dare amore, quanto sia importante sentirsi unici e non prodotti in serie. Sono evidenti anche altre importanti tematiche che riguardano il mondo d'oggi: ad esempio il problema del razzismo e dell'intolleranza viene visto riflesso nella "società dei robot" del futuro (scena dei robot-gladiatori). Geniale anche i ripetuti riferimenti alla favola di Pinocchio: sembra che in questo modo, con questo gioco di rimandi, la storia continui a rispecchiarsi in se stessa e assuma delle radici ancora più concrete nel mondo reale, venendo quindi attualizzata al presente.

     Non mancano, naturalmente (è sempre Spielberg il regista!) i momenti ad alta gradazione di spettacolarità. Stupefacente è la navigazione attraverso una Manhattan sommersa dal mare e ancor più quella attraverso la città ghiacciata o il volteggiare di David accompagnato da un branco di pesci. Il futuro viene ricostruito con dovizia di particolari e molta fantasia, ma nello stesso tempo c'è la tendenza a non slegarlo troppo dal presente. E' molto divertente anche il viaggio nella versione futuristica di Las Vegas: qui Spielberg, prima di tornare nella fiaba, si concede una parentesi umoristica riuscita con il dottor Know.

    Con il "suo" finale Spielberg pone il proprio sigillo di autore su questa opera d'arte. Se il film fosse finito diversamente, a mio parere sarebbe stato come snaturare l'essenza di questa fiaba. Eppure il solito ottimismo del regista di "A.I." è molto stemperato (basti penare al destino "di gloria" che viene riservato alla nostra specie). Il fondatore della Dreamworks per una volta confeziona un finale più amaro di quello che ci si aspetti e di quello che potrebbe superficialmente sembrare. Qui è evidente l'influenza del pessimismo kubrickiano in un'opera che, comunque, sento essere molto spielberghiana. 

    Nonostante questo sono convinto che con la sua macchina da presa Steven Spielberg sia riuscito a raccontarmi, a raccontare a tutto il mondo, una fiaba semplice e meravigliosa, complessa e toccante, che ti prende e ti resta dentro, che mi ha fatto benedire quel primo biglietto strappato, quella prima volta che, come David, andai là, "nel luogo dove cominciano i sogni".

  Daniele T.

Il sito ufficiale del film

http://www.aimovie.com/

Visione del film 17/10/01   Recensione 17/10/01

I Voti degli Altri

La nostra classifica

Ciak

Corriere della Sera

International Movie Data Base

Incassi

9,30 / 5

Bellissimo

    7,10 / 10 Alti

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