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Piergiorgio Ravasio |
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di Piergiorgio Ravasio
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27-10-2006 |
24-10-2006 |
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| La Trama / L'Opinione |
di Piergiorgio Ravasio |
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Ispirandosi alla biblica torre costruita dall'uomo per raggiungere il Paradiso e che scatenò l'ira di Dio, facendo sì che ognuno parlasse una lingua diversa, provocando dispersione e confusione sulla Terra, il regista Alejandro González Iñárritu chiude ora la sua personale trilogia iniziata con "Amores Perros" e "21 grammi", conquistando anche il premio come migliore regia alla 59esima edizione del Festival di Cannes.
Il film racconta quattro storie avvincenti di persone, in punti diversi del pianeta, ma tuttavia profondamente legate fra di loro. E il tutto trae spunto da un semplice atto: un fucile da caccia lasciato da un turista in Marocco, che provoca una conseguenza di situazioni sia personali che a più largo raggio.
Una coppia di americani in crisi che lotta per sopravvivere in seguito ad un tragico incidente durante una vacanza in terra musulmana: persone che hanno perso il reciproco rispetto, arrivano nel deserto per ritrovarsi e si ritrovano proprio grazie alla loro solitudine. Due ragazzini marocchini che mettono in pericolo le vite di un gruppo di turisti, scatenando l'idea di chissà quali complotti terroristici. Tra i due la difficoltà di comunicazione è quella più comune, quella della rivalità tra fratelli. Una governante messicana che illegalmente fa passare due bambini per la frontiera, simbolo del dramma di tanti immigrati che vivono all'estero e non riescono a comunicare il loro desiderio di una vita migliore. Un vedovo che cerca di trovare un legame emotivo con la figlia che, oltre a soffrire della mancanza della madre, soffre anche per la mancanza della parola.
Tante storie di genitori e figli, di fatti personali e collettivi, di tragedie e di sogni, dove ognuno dei vari racconti racchiude in sé un forte desiderio di comunicazione. Evocando l'antica Babele ci interroghiamo su tante situazioni contemporanee, dove incomprensioni e mancanza di comunicazione hanno un grande peso nella nostra realtà quotidiana. Nonostante nel mondo in cui viviamo la tecnologia semplifica la comunicazione a livello planetario, le persone si sentono ancora molto isolate e divise l'una dall'altra.
Partendo da una narrazione sulle differenze che dividono gli esseri umani, le barriere fisiche e quelle linguistiche, il regista arriva alla fine a realizzare un film su quello che ci unisce, come l'amore e il dolore. Tutti i personaggi, alla fine, scoprono che la famiglia è l'unica realtà in grado di offrire conforto. Dalla situazione iniziale di smarrimento (nel deserto, nel mondo, in se stessi), tutti sperimentano la forza dei legami e dell'amore mai provati fino ad ora. I veri confini non sono quelli fisici, ma quelli che esistono dentro di noi e che ci impediscono di amare e di essere amati. Ogni tragedia umana, grande o piccola che sia, si riduce all'incapacità di amare, di essere amati e di farsi influenzare da questo sentimento che dà significato alla vita e alla morte di ogni essere umano. E in questo senso Babel finisce per diventare un film su tutto ciò che ci unisce anziché su quanto ci divide allontanandoci dagli altri.
Piergiorgio Ravasio
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