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Piergiorgio Ravasio |
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di Piergiorgio Ravasio
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17-11-2006 |
07-11-2006 |
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| La Trama / L'Opinione |
di Piergiorgio Ravasio |
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Per il filmmaker Cuarón ("Y tu mamá también" e "Harry Potter e il prigioniero di Azkaban") nulla è impossibile. Può raccontare con disinvoltura qualunque storia: da un mordace commento sociale, a un thriller noir, a un libro per l'infanzia, una commedia "on the road" o una fiaba dai toni magici. Perciò non fa meraviglia che il suo ultimo film, adattamento cinematografico della stimata autrice inglese di gialli P. D. James, si possa considerare un nobile inno al tema della speranza.
Siamo in un immaginario anno 2027. L'umanità pare inesorabilmente destinata alla sua totale scomparsa. Figli non vengono più creati; l'illegalità imperversa; clandestini e immigrati approdano da varie parti e sono destinati alle più crudeli forme di isolamento; c'è chi vive e lotta ancora per i diritti degli ultimi e chi, rassegnato, cerca di vivere alla meglio giorno dopo giorno. Tra questi ultimi c'è Theo (Clive Owen): un tempo lottava in prima linea per il cambiamento. Ormai ha esaurito le proprie risorse fisiche e mentali e si è rassegnato a vivere in una società che non nutre più alcuna speranza di sopravvivenza. Quando Kee sta per dare alla luce il primo membro di una nuova generazione, la battaglia per proteggere la sua incolumità darà a Theo una seconda possibilità: quella di riscoprire in se stesso l'amore per la vita.
Una storia molto adatta per parlare del mondo di oggi, con la scusa che si tratta del "prossimo futuro". Un film, dunque, sul presente e sulle circostanze odierne che sono alla base di quello che sarà il nostro futuro. "Children of men" ci prospetta un mondo ancora riconoscibile, ma i cui connotati lentamente si dissolvono in un immediato avvenire che pare avviarsi verso l'estinzione. Gli attuali fenomeni della massiccia immigrazione globale, dei parecchi anni di colonialismo, uniti alle epidemie continentali, alla crescente ondata di terrorismo internazionale, ai cambiamenti climatici ... possono senz'altro minare il nostro futuro. Scenario, questo, che viene immaginato nel film "I figli degli uomini".
Immigrazione, ambiente, fertilità: questi i temi centrali portati sullo schermo da Cuarón, tutti legati fra di loro, e che concorrono alla fine del nostro pianeta. I pericoli paventati dal film non sono poi così remoti. E in questo senso la storia intende risvegliare le coscienze su questi problemi. Le coscienze dei singoli e quelle degli stati; proprio quei governi che, anziché unirsi ed aiutarsi reciprocamente, si comportano in modo opposto.
Saggiamente il regista usa la tecnica di astenersi dal commentare l'azione del film. Si limita ad osservarla, lasciando al pubblico la possibilità di trarre le proprie conclusioni. Dà allo spettatore la scelta tra il distaccarsi o l'immedesimarsi. Un film che non dà risposte, bensì solleva domande, genera pensieri, ci ammonisce e ci spinge a desiderare un futuro migliore. L'umanità del film pare avere uno straordinario talento per l'autodistruzione, ma al tempo stesso è anche capace di solidarietà e di superare insieme i problemi. Alla fine, infatti, il film vuole spingere l'acceleratore non tanto sull'umanità distruttiva quanto sul potere delle ideologie e delle azioni al loro servizio.
L'interpretazione di Clive Owen, Julianne Moore e Michael Caine, conferiscono al film quella forma di dinamismo che rende la trama particolarmente scorrevole, coinvolgente e senza momenti vuoti. La scelta di girare il film nella Londra odierna contribuisce, a livello di scenografia e fotografia, a disegnare quel mondo cupo, grigio e quella tristezza intrinseca che ben si connota alle tematiche rappresentate, riproducendo lo scenario di un paesaggio postbellico con cenni di vita quasi tribale. Una visione artistica di tutto rispetto che non mancherà di coinvolgere lo spettatore offrendo spunti per dibattiti e riflessioni, a cominciare dallo stupendo "grido di speranza" che accompagna i titoli di coda.
Piergiorgio Ravasio
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