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Piergiorgio Ravasio |
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di Piergiorgio Ravasio
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13-04-2007 |
21-03-2007 |
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| La Trama / L'Opinione |
di Piergiorgio Ravasio |
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Dopo qualche anno di assenza dal grande schermo, Milos Forman (Qualcuno volò sul nido del cuculo, Larry Flynt - Oltre lo scandalo, Hair, Man on the moon, senza voler tralasciare il famoso Amadeus vincitore di 8 premi Oscar), torna a dirigere questo appassionante dramma storico interpretato da Javier Bardem (Il mare dentro), Natalie Portman (Star Wars, Closer) e Stellan Skarsgard (Will Hunting, genio ribelle).
L'ultimo inquisitore è ambientato nella Spagna di fine 1700 e racconta, attraverso gli occhi del grande pittore spagnolo Francisco Goya, la storia di un gruppo di persone travolte da grandi sconvolgimenti politici e cambiamenti storici. L'azione si svolge a partire dagli ultimi anni dell'Inquisizione Spagnola, passando per l'invasione della Spagna da parte delle truppe napoleoniche, per finire con la sconfitta dei francesi e la restaurazione della monarchia spagnola da parte del potente invasore guidato da Wellington.
Nel ruolo di Fratello Lorenzo, Javier Bardem interpreta un componente della Santa Inquisizione che si lascia coinvolgere dalle sorti della musa adolescente di Goya, Ines (la Portman), ingiustamente accusata di eresia e rinchiusa nelle carceri. Sacerdote dell'Inquisizione, crede fermamente e in modo quasi fanatico di poter costruire un mondo migliore e più umano basandosi sugli insegnamenti di Cristo. Ritiene che l'Inquisizone non sia più così severa come in passato, e per questo vuole ridarle potere, forza ed influenza. Skarsgard riveste, invece, il ruolo di Goya: l'osannato pittore, famoso sia per i suoi dipinti di corte, pieni di colore, sia per le desolanti rappresentazioni della brutalità della guerra e della vita in Spagna.
La vicenda si colloca in un'epoca storica molto interessante: una nazione cattolica e conservatrice che, nonostante una relativa modernità, è il paese europeo occidentale più arretrato. Le opere dei filosofi illuministi non hanno ancora avuto alcuna eco in Spagna e l'Inquisizione, funzionando a pieno regime, è ancora capace di infliggere terribili danni alla popolazione. L'invasione da parte di Napoleone con i suoi ideali e valori della Rivoluzione Francese, produce presto l'occupazione del trono spagnolo da parte di suo fratello, fino a quando gli inglesi, guidati da Wellington, invadono la Spagna, cacciando i francesi e restaurando la monarchia spagnola.
Forman non a caso
cala dall'alto di questo contesto storico la figura di Goya: il personaggio
ideale per raccontare la storia di quel periodo, essendo nato prima della
rivoluzione francese e morto tanti anni dopo. Un protagonista lontano dai giochi
politici, ma incredibile osservatore che, diremmo oggi, da abile giornalista,
registra e
commenta tutto ciò che sta accadendo intorno a lui (come dice nel film, "Dipingo
ciò che vedo"). Un artista che ritrae re e regine, frequenta i palazzi di corte,
ma che al tempo stesso conosce la vita della gente semplice e frequenta le
taverne. Dipinge la miseria della vita di strada, l'orrore di quell'epoca, con
lo stesso metodo e punto di vista con cui ritrae Sua Maestà. Un artista che
mostra compassione verso tutto ciò che dipinge e che critica tutto quello che è
irrazionale e assurdo, tanto nella vita quanto nella politica.
Un'epoca del passato di grande interesse e un personaggio storico di altrettanto spessore artistico. Due storie che, singolarmente, non avrebbero reso la pellicola così piacevole e avvincente. Tutto merito del regista che, invece, le amalgama con grande maestria evitando così di confezionare un semplice film sulla biografia di Goya oppure un usuale racconto didattico sull'Inquisizione. Avvezzi al classico eretico e allo stereotipo dell'inquisitore a cui tanta cinematografia ci ha abituati, qui il regista scava a fondo nel ruolo della Santa Inquisizione cogliendo e criticando non tanto il suo diabolico funzionamento quanto evidenziando le incongruenze, i suoi ultimi tempi e lo spegnersi a seguito del sopraggiungere della rivoluzione francese.
Ecco così che la musa di Goya, fonte d'ispirazione di tante sue opere, dalla bellezza radiosa e solare, nelle mani dell'inquisitore finirà per scalfire l'integrità morale di Padre Lorenzo, trasformandolo in inquisito.
Una vicenda che
parte da lontano per arrivare a riflettersi sul presente. E così il periodo che
ha visto il crollo di istituzioni che sembravano intramontabili e la necessità
dell'affermarsi di nuove idee, sul grande schermo diventa occasione per
presentare un film sulla lotta, sui mille tentativi andati a vuoto, sulle
energie spese con grande tenacia e
convinzione.
Cosa è L'ultimo inquisitore? Un film storico oppure una struggente e crepuscolare storia d'amore? O meglio ancora un manuale d'istruzioni per girare un film in costume? Il crollo delle certezze, la vittoria della carne sullo spirito, la trasformazione della macchina inquisitoria in un gesto d'amore e di pietà che, l'ultima commovente scena del film, esprime in tutta la sua potenza. La violenza che viene convertita in libertà. Questo è il genio di Milos Forman.
Piergiorgio Ravasio
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