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di Piergiorgio Ravasio |
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L'ultima fatica di Steven Spielberg non ha nulla a che vedere con l'ambito fantascientifico di "E.T." o di "A. I. - Intelligenza Artificiale". Non appartiene neppure al filone commerciale dei dinosauri di "Jurassic Park" e nemmeno alle commedie piacevoli in stile "Prova a Prendermi". Qui il regista, nel ricordarci le sue origini ebree, si avvicina molto a quell'altro suo grande capolavoro che porta il nome di "Schliner's list".
La pellicola è ambientata nei giorni immediatamente successivi al massacro di undici atleti israeliani durante le Olimpiadi di Monaco del 1972. E in particolare, dopo questo flash-back iniziale, passa a narrare le vicende dei servizi segreti israeliani incaricati di uccidere coloro che hanno architettato l'orribile carneficina. Avner (Eric Bana) è il capo della squadra che ha questo oneroso compito. Viene aiutato nell'impresa da altri quattro personaggi: un autista, un fabbricante di bombe, un esperto nella falsificazione di documenti e un supervisore molto bravo a non lasciare dietro di sé inequivocabili tracce delle varie missioni.
Il film, che ha incrociato i veti della commissione di censura (vietato ai minori di 14 anni) non disdegna nell'esaltare l'aspetto cruento di alcune scene, dalla violenza molto accentuata e convinta posta in atto dal commando. Violenza a cui fa da sfondo anche una discreta suspence in occasione dei vari omicidi.
Ma dopo lo scorrere di tanto sangue qualche dubbio inizia ad attanagliare le menti dei protagonisti ("è corretto quello che stiamo facendo?" ... "questa nostra ferocia servirà realmente a fermare la violenza?"). Il nucleo centrale del film sta proprio qui: proseguire con gli attentati terroristici o intraprendere la via del dialogo e della trattativa? Rimpiazzare i capi eliminati con altri colonnelli ancora più feroci e irriducibili o ammettere che la vendetta non porta a nessuna conclusione? Esemplare è la scena in cui i quattro (spacciandosi per seguaci dell'ETA) si ritrovano a condividere una delle tante case in giro per il mondo con un gruppo di palestinesi. In questa occasione si pone in risalto, durante un colloquio, l'assoluta inconciliabilità di vedute, l'insormontabile divergenza di idee, la convinzione più profonda nel voler perseguire ognuno le proprie strade.
Spielberg in questo film non si schiera né da una parte né dall'altra. Semplicemente condanna apertamente il terrorismo, la vendetta, la violenza. Cerca, a modo suo, di sollecitare un dialogo tra arabi ed ebrei. Ci richiama alla mente l'attualità della situazione in Medio Oriente. Sicuramente è un film "denuncia". Certamente si può intravedere un più o meno velato monito alla politica di Bush. Non a caso nella scena finale si intravedono sullo sfondo le Torri Gemelle: un simbolo che ci ricorda i più efferati atti di terrorismo ma che ci chiede anche cambiamenti radicali se non vorremo continuare a convivere con violenza, guerre e scontri di culture.
Piergiorgio Ravasio
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