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Piergiorgio Ravasio |
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di Piergiorgio Ravasio
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12-06-2008 |
03-06-2008 |
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| Siti ufficiali del film: | ||||
| www.thingswelostinthefiremovie.com | ||||
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| La Trama / L'Opinione |
di Piergiorgio Ravasio |
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Ci sono autori per i quali la firma è sufficiente a garantire una qualità che raramente approda sul grande schermo e che permette loro di accomodarsi, a pieno titolo, sull'ambito sgabello di regista. Una di queste è Susanne Bier. Considerata una delle più interessanti e originali esponenti del cinema scandinavo contemporaneo, arriva al successo internazionale nel 2004 con il film "Non desiderare la donna d'altri" a cui fa seguito quel "Dopo il matrimonio" marcato, oltre che dall'entusiastica risposta del pubblico, anche da una nomination all'Oscar per il miglior film straniero.
Ambientato in una città del nord negli Stati Uniti, Audrey (Halle Berry) e Brian (David Duchovny) conducono una normale vita di coppia con i loro due bambini. Il matrimonio procede senza grandi scossoni: l'unico problema è rappresentato da Jerry (Benicio Del Toro), grande amico di Brian, un avvocato la cui vita è distrutta a causa della sua dipendenza dalla droga. Audrey non capisce per quale motivo suo marito sia così attaccato a Jerry, mentre tutti lo hanno abbandonato già da tempo per il suo comportamento autodistruttivo. All'improvviso Brian muore e Audrey decide comunque di invitare Jerry al funerale, in riconoscenza della grande amicizia che lo legava al marito. Solo allora capisce come Jerry sia l'unica persona che conosceva realmente Brian oltre a lei.
La Bier, universalmente riconosciuta e apprezzata per il suo stile particolare, si ispira ai principi del regista danese Lars Von Trier e caratterizza la sua opera da un movimento fluido della macchina da presa che stringe sui volti delle persone fin dentro gli occhi, come a voler entrare fisicamente dentro al personaggio, allo scopo di scoprirne l'essere umano e l'essenza di uomo. E, così facendo, punta la macchina da presa sui protagonisti principali: entra nella loro mente e riesce a trasmetterci ora la disperazione di una donna per l'uomo scomparso, ora il dolore di tutti quelli che soffrono di una forma di dipendenza. Due anime in conflitto fra loro che combattono per superare un terribile lutto, trovando una convergenza in una comune forma di dipendenza: quella della droga come quella dell'impossibilità di vivere senza l'uomo della propria vita.
A dominare la scena è Benicio Del Toro (Oscar per "Traffic" nel 2000 e nomination per "21 grammi"), attore straordinario che ci offre un personaggio indimenticabile, sia mostrando il duro volto della dipendenza che sorprendendoci con una quasi innata tenerezza verso i due piccoli orfani che gli permettono di riequilibrare la sua vita ("I bambini ti danno un motivo, una ragione per vivere").
Non da meno anche il Premio Oscar Halle Berry ("Monster's Ball", "Perfect Stranger", "X-Men 3") che ci regala l'eccellente interpretazione di una donna intenta a mantenere vivo il ricordo del marito attraverso Jerry, dal quale è attratta non solo dal punto di vista affettivo ma soprattutto psicologico.
E sono proprio loro due a rappresentare con sguardo intenso e partecipe l'anima di questa pellicola. O meglio ancora: l'inaspettato incontro tra due anime perdute, due individui che devono vedersela con le rispettive tragedie che stanno vivendo, due persone distanti solo in apparenza e unite dal destino, capaci di affrontare insieme le scelte più difficili della loro vita. Nella simbiosi di un cieco che accompagna un altro cieco, Audrey imparerà a convivere con il suo dolore cercando di superarlo e Jerry combatterà con la sua dipendenza.
Pur essendo la sua prima pellicola realizzata per il mercato americano, la Bier non cede alle convenzioni di oltre oceano e prosegue con lo stile che le appartiene nel regalarci una grande storia, molto diretta ed emotiva; una bellezza a tratti dura ed aspra e a tratti emotivamente molto toccante, sorprendendo sempre lo spettatore con elementi narrativi inaspettati e indagando sulla profonda e complessa natura dei rapporti umani, senza mai cadere nelle trappole del pietismo o della banalità e senza spettacolarizzare gli eventi narrati.
Una trama lineare
per un racconto semplice: marito e moglie, la loro felicità, i due figli. Una
vita molto tranquilla ma comunque speciale per loro. E poi, all'improvviso, la
morte. Ma anche la storia di una catarsi, di una guarigione e la fotografia
di una grande amicizia: quel legame che, unico al mondo, può avviare il processo
di guarigione che singolarmente Audrey e Jerry non sarebbero stati in grado di
affrontare. Un film poetico sul desiderio di ricominciare a vivere; una storia
che, nella sua semplicità, ti rimane addosso e ti dà l'occasione per riflettere,
per imparare ad "accettare ciò che di buono la vita ci offre" e che troppo
spesso rischiamo di dare per scontato. Perché quello che è veramente importante
è ciò che non tocchiamo: lo spirito e le persone che si amano.
Piergiorgio Ravasio
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