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Piergiorgio Ravasio |
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di Piergiorgio Ravasio
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24-08-2007 |
21-08-2007 |
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| La Trama / L'Opinione |
di Piergiorgio Ravasio |
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Avvezzi alla frase di rito "L'importanza della salute la si comprende fino in fondo solo nell'istante in cui la si sta perdendo", cosa dovrebbero pensare gli americani che, a differenza di casa nostra, si trovano anche a doversi scontrare con l'ossessione di un'assistenza sanitaria spesso inaccessibile? Proprio così. Perché il premio Oscar Michael Moore, dopo il duplice successo del documentario "Bowling a Columbine" (Oscar nel 2002 per il miglior documentario) e il campione d'incassi "Fahrenheit 9/11" (Palma d'Oro al Festival di Cannes nel 2004), torna in pista affrontando la crisi della previdenza sanitaria americana portando l'argomento direttamente sul grande schermo.
L'atto di accusa verso il sistema si infiamma già nelle scene iniziali della pellicola dove assistiamo (tanto per citare alcuni esempi) all'uomo che è costretto, a casa propria, a cucirsi la ferita ad un ginocchio; allo sventurato che deve decidere quale delle due dita della mano - recise da una sega circolare - farsi riattaccare (ovviamente il dito che costa meno); al settantanovenne costretto a dire addio alla propria pensione per riuscire a pagarsi i medicinali; alla ragazza, in coma per un incidente, che vede negarsi il rimborso spese dalla propria assicurazione per non aver preventivamente richiesto l'intervento dell'ambulanza; ai genitori obbligati a trasferirsi a vivere dai figli perché l'assicurazione ha prosciugato loro ogni denaro.
La nuova provocazione di Michael Moore centra nuovamente il colpo in questa pellicola di convinta e vibrante denuncia verso le corporation statunitensi che si occupano di assistenza sanitaria. Concentrando i suoi sforzi non solo sui 45 milioni di americani che non hanno un'assicurazione, ma anche sulla maggioranza della gente che è coperta e a cui viene negata l'assistenza (o che viene strangolata con delle pratiche burocratiche assurde), il regista cerca costantemente una risposta all'assillante interrogativo "Perché i cittadini di una grande nazione industrializzata non hanno una copertura sanitaria?".
Intervistando numerosi ex addetti ai lavori che hanno rivelato come certe compagnie realizzino miliardi di profitti non concedendo l'assistenza necessaria ai pazienti a cui spetterebbe, Moore e la sua troupe, camera in spalla, hanno visitato altre nazioni (Canada, Gran Bretagna e Francia) per dimostrare come l'assistenza sanitaria americana sia profondamente ammalata rispetto a quelle di altre parti del mondo.
Una pellicola che vuole stimolare le coscienze intorpidite di quanti assistono passivamente ai crescenti introiti da parte delle compagnie assicurative, a danno della salute della povera gente, alla quale non resta che guardare in faccia alla morte garantita mentre i loro dirigenti (neanche medici) decidono chi debba ricevere assistenza e chi no.
Con l'impeccabile tecnica del film-documentario, filmando in presa diretta il vissuto di singole persone o di intere famiglie, Moore ci presenta, dati alla mano, l'immagine lampante dell'unica nazione industrializzata al mondo a non avere un sistema di assistenza universale; che nel 2007 conta circa 46 milioni di americani senza un'assicurazione sanitaria; dove oltre un terzo delle famiglie che vivono sotto la soglia di povertà non sono assicurate; dove 18.000 persone all'anno muoiono per mancanza di assicurazione sanitaria, la spesa sanitaria annua ammonta a quasi 7.000 dollari a persona e il tasso di mortalità infantile è attualmente più alto di quello di molte nazioni industrializzate.
Senza infierire troppo su questo o su quell'altro presidente, e facendo un accenno alle scelte politiche che nel corso dei decenni hanno portato a questo stato sociale, Moore trova anche il tempo per deplorare un'altra vergognosa dimenticanza: quella nei confronti dei volontari dell'11 Settembre, ai quali lo Stato non ha riconosciuto neppure un dollaro di rimborso spese per le malattie contratte a seguito delle esplosioni e dei vari crolli. Proprio quei volontari - ci mostrerà il film - che verranno invece assistiti amorevolmente dai medici degli ospedali (poco amici cubani, dove i medesimi medicinali costano pochi centesimi rispetto alle centinaia di euro in patria. Un parallelo, quello tra il sistema sanitario americano e quello di altri stati (anche se, forse, si eccede un po' nel contrapporre il demone americano all'Eden di altre nazioni) che vuole rimarcare quanto la logica del profitto e del guadagno non debba essere adottata in un contesto legato alla sopravvivenza del genere umano.
Condito da qualche momento di commozione e da qualche sana risata (l'elenco delle malattie non coperte da assicurazione, ispirato ai titoli di testa del film "Star Wars"), "Sicko" si interroga sul "quando" finirà tutto questo per il popolo americano. E, nel silenzio della sala che si svuota, riecheggia imperterrito l'interrogativo che il regista si pone durante le due ore di film: "Cosa c'è di sbagliato in noi americani ?". A noi italiani, invece, una fondata certezza: quella che se lui abitasse in Italia, qualche poltrona la farebbe sobbalzare.
Piergiorgio Ravasio
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