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Piergiorgio Ravasio |
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di Piergiorgio Ravasio
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18-05-2007 |
11-05-2007 |
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| La Trama / L'Opinione |
di Piergiorgio Ravasio |
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Il cineasta David Fincher, nonostante il debutto nel 1992 con il film "Alien 3", rimarrà certamente nella memoria collettiva solo tre anni dopo, dirigendo il film cult "Seven": la storia implacabilmente macabra e cinica di due detective che snidano un serial killer mentre compie i suoi omicidi ispirandosi ai sette peccati capitali. Uno stile registico innovativo, fin già dalle sequenze iniziali dei titoli, che avrebbe fatto da apripista per il genere thriller, poliziesco e suspense e che lo porterà a bissare il successo nel 1999 (nuovamente in squadra con Brad Pitt nella pellicola "Fight Club"), ricevendo apprezzamenti sia dalla critica che dal pubblico. Dopo l´ultimo lavoro nel 2002 ("Panic Room"), basandosi ora sull'omonimo libro di Robert Graysmith, Fincher, con questo suo sesto lungometraggio, torna al tema che lo ha reso famoso raccontandoci in "Zodiac" la storia vera di quel serial killer che tenne sotto assedio la Baia di San Francisco verso gli anni ´60 e ´70.
Uno psicopatico criminale, a cui la storia non riuscì neppure ad attribuire un numero preciso di morti, che al macabro atto dell'omicidio associava anche frequenti lettere spedite alle redazioni dei principali giornali per rivendicare la paternità degli atti compiuti. Un esempio eclatante di deviazione mentale che, oltre a deridere la polizia e a lasciare messaggi cifrati per svelare le mosse successive nonché la sua identità, si dilettava anche a giustificare il senso delle sue azioni ("Mi piace uccidere la gente perché è più divertente che uccidere la selvaggina nella foresta. Uccidere qualcosa mi procura l'esperienza più eccitante. Quando muoio io rinascerò in paradiso; e quelli uccisi diventeranno i miei schiavi").
Dare la caccia al cacciatore diventò un'ossessione per gli uomini della polizia che nel film hanno i tratti di Robert Downew Jr. (nel ruolo di Paul Avery, il capo reporter di cronaca nera del San Francisco Chronicle) e Mark Ruffalo (Dave Toschi, il famoso e ambizioso poliziotto Ispettore della sezione omicidi del Dipartimento di Polizia di San Francisco). Accanto ai due, ai margini della storia, ma deciso a farne parte, si insinua la figura di Robert Graysmith: il vignettista combattente contro il crimine. Un fanatico di enigmi e soluzione di messaggi cifrati che si interessa al caso e, dopo anni, quando la vicenda rimane irrisolta, se ne incarica con la scusa di scrivere un libro (da cui il film) per provare a risolvere il caso per conto proprio.
Il mancato reporter, che rastrella libri su codici e cifrari e che riesce a riaprire un caso considerato impossibile da risolvere, ha i tratti dell'ex cowboy Jake Gyllenhaal. Considerato uno degli attori più promettenti della sua generazione per le sue diverse e toccanti performance che hanno conquistato molti in "Brokeback Mountain" (senza dimenticare le precedenti interpretazioni in pellicole del calibro di "Jarhead", "Proof" e nel film culto di Richard Kelly "Donnie Darko"), è colui che in "Zodiac" ha l'intuizione fondamentale che nessuno immagina e che dà una svolta alle indagini.
L´idea vincente della sceneggiatura risiede nell'aver posto l'accento più sui personaggi che non sui giochi della trama; meno spazio alla morbosità del serial killer e più rilievo ai personaggi che gli danno la caccia. Anche se questo, per contro, deluderà quanti si aspettano un film incentrato sulla crudeltà di un freddo massacratore.
Nel raccontarci la storia in modo fedele a ciò che è successo, Fincher si concentra e riesce a cogliere le ragioni psicologiche delle persone che vissero quel periodo, mostrandoci come i suoi personaggi si fanno prendere completamente da qualcosa che, giorno dopo giorno, si tramuta per loro in una tremenda ossessione. Quell'ossessione che li fa diventare l'ombra di se stessi e mette le loro vite in balia dell'infinita serie di indizi lasciati dall'assassino.
La sceneggiatura, frutto di vaste ricerche e di meticolose ricostruzioni dei fatti realmente accaduti, riesce a esplicitare cinematograficamente alcuni aspetti del comportamento e delle emozioni umane, tanto da rendere i personaggi e il mondo in cui vivono incredibilmente autentici. Al punto quasi da comparare serial killer e inseguitori sul piano comune del comportamento deviato.
Nonostante la durata del film (quasi tre ore), la pellicola risulta coinvolgente grazie al principio per cui, osservando questi personaggi che non mollano mai, lo spettatore si ritrova ad essere partecipe con loro; con quella polizia ossessionata dalla ricerca di un qualcosa che rimarrà fuori dalla loro portata e che è indice di quel profondo bisogno umano del voler sapere ciò che è impossibile sapere. Riuscendo ad esplorare molto bene quella pulsione presente in ognuno di noi e che ha in sé quel potenziale per essere anche una forza incredibilmente distruttrice, Fincher riesce a trasmetterci il sapore di quell'assillante tormento che rischia di perdere di vista l'obiettivo principale, distruggendo tutto lungo il cammino.
Un film dalle mille domande e dall'assenza di risposte che, anche alla fine, non appaiono certamente esaustive. Anche dopo più di venti anni ci si ritrova ancora nel dubbio, con il timore dell'incertezza e con una sola sicurezza: quella di aver consumato la propria vita in un mistero che non potrà mai essere risolto.
Piergiorgio Ravasio
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